Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880, settimo figlio di Francesco, magistrato, e di Rosa De Luca. Cresciuto a Napoli, dove la famiglia si era trasferita per il lavoro del padre presso la Corte d’Appello, Giuseppe dimostrò fin da giovane una vivace intelligenza e una profonda sens...
Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880, settimo figlio di Francesco, magistrato, e di Rosa De Luca. Cresciuto a Napoli, dove la famiglia si era trasferita per il lavoro del padre presso la Corte d’Appello, Giuseppe dimostrò fin da giovane una vivace intelligenza e una profonda sensibilità religiosa e umana. Queste qualità lo spinsero a voler aiutare chi viveva nel disagio e nella sofferenza, decidendo così di diventare medico. Attraverso la medicina, avrebbe portato non solo cure fisiche, ma anche il conforto della fede.
Si laureò a soli ventidue anni con il massimo dei voti, distinguendosi per il suo impegno e talento. Dopo aver vinto importanti concorsi, ottenne l’abilitazione all’insegnamento universitario e entrò nella prestigiosa Accademia partenopea di medicina e chirurgia. Tuttavia, scelse di dedicare la sua vita ai malati più poveri, accettando il ruolo di «medico ordinario» presso l’Ospedale degli Incurabili, il più antico di Napoli. Per lui, quello era il luogo ideale per realizzare la missione che si era prefissato fin da ragazzo: collaborare alla misericordia di Dio, aiutando, perdonando e sacrificandosi per gli altri.
La sua vita di medico fu un esempio di dedizione totale. Si impegnava quotidianamente nell’assistenza ai malati, sia in ospedale che visitandoli nelle umili abitazioni dei quartieri più poveri della città. Nonostante i limiti degli strumenti medici dell’epoca, Moscati era noto per la sua straordinaria capacità diagnostica, che spesso lasciava stupiti i colleghi. Con umiltà, attribuiva questa abilità alla sua fede e alla pratica quotidiana dell’Eucaristia, sostenendo che Dio fosse il vero artefice della vita, mentre i medici erano solo suoi collaboratori.
Un episodio emblematico della sua carriera fu la diagnosi corretta di un ascesso polmonare in un operaio che altri medici avevano erroneamente considerato tisico. Dopo averlo curato con successo, Moscati rifiutò il pagamento, dicendo all’uomo: «Se proprio mi vuoi pagare, vatti a confessare, perché è Dio che ti ha salvato». Con i poveri, infatti, non accettava mai compensi. Al contrario, spesso era lui a donare loro del denaro, vivendo in povertà e condividendo ciò che aveva con chi era nel bisogno.
La sua carità non conosceva limiti. Durante l’eruzione del Vesuvio del 1906, Moscati lavorò senza sosta per venti ore, aiutando a evacuare l’ospedale di Torre del Greco minacciato dalla lava. Anche durante l’epidemia di colera del 1911, si prodigò senza risparmiarsi, curando i malati e offrendo loro conforto spirituale. La sua dedizione era tale che, pur essendo un uomo di scienza, non separava mai la cura del corpo da quella dell’anima.
Giuseppe Moscati morì il 12 aprile 1927, a soli quarantasette anni. Quella mattina aveva visitato i malati in ospedale come di consueto, ma nel pomeriggio fu colto da un malore improvviso. Dopo aver detto ai fratelli «Sto male», si accasciò sulla poltrona e spirò. La sua morte lasciò un vuoto immenso tra i poveri di Napoli, che lo avevano sempre considerato un amico e un fratello. La sua fama di santità si diffuse rapidamente, e nel 1975 Paolo VI lo proclamò beato. Giovanni Paolo II lo elevò agli onori degli altari come santo nel 1987, riconoscendolo come modello di carità e dedizione al prossimo.
I suoi resti riposano oggi nella Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, racchiusi in un’urna bronzea realizzata dallo scultore Amedeo Garufi. La sua memoria liturgica è celebrata il 16 novembre, data della traslazione delle sue spoglie. San Giuseppe Moscati rimane un esempio luminoso di come la scienza e la fede possano unirsi per servire l’umanità, soprattutto i più bisognosi.